Ritratto di donna.
Il sogno degli anni Venti
e lo sguardo di Ubaldo Oppi

Vicenza, Basilica palladiana, 6 dicembre 2019 - 13 aprile 2020
A cura di Stefania Portinari

Le sezioni della mostra

1. Una primavera dell’arte

Le suggestioni della Secessione viennese e degli ultimi echi del Simbolismo pervadono ancora le ricerche artistiche di molti protagonisti dell’arte italiana degli anni Dieci. Quella concezione estetica che innerva ogni aspetto dell’esistente e in cui le arti decorative hanno un gran rilievo, che si diffonde anche tramite repertori di motivi legati alle Wiener Werkstätte o a riviste come «Ver Sacrum», trova riscontro in particolare a Venezia, dove gli esiti di tali influenze fioriscono dal 1908 nelle mostre di giovani artisti che si tengono a Ca’ Pesaro. È una primavera dell’arte in cui, in modi differenti, agisce l’influsso del rinnovamento della pittura d’oltralpe e in cui le donne sono raffigurate come fanciulle, delicate muse dormienti, ninfe leggiadre o seduttrici tra un decorativismo pulviscolare, ma comunque come dentro un sogno di fiaba.

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Felice Casorati, La preghiera, 1914.

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Vittorio Zecchin, Coppa delle vestali, 1919.

Ubaldo Oppi (Bologna 1889 - Vicenza 1942), dopo avventurosi viaggi tra Vienna, la Germania e la Russia, esordisce proprio in quelle esposizioni: nel 1910, 1912 e nella significativa doppia sala personale del 1913. Nella capitale austriaca, cosmopolita ed elegante, dove ha frequentato la ‘scuola del nudo’, è avvenuto in lui un gran cambiamento. Il contatto con un ambiente in cui hanno agito creativi come Gustav Klimt, Koloman Moser e Joseph Hoffmann ha su di lui un grande impatto. La sala dedicata a Klimt alla Biennale di Venezia del 1910 ha inoltre avuto luminose conseguenze su importanti artisti italiani. Le mostre di Ca’ Pesaro diventano dunque il crogiuolo di una nuova generazione: è una comunione di anime in sintonia, tra cui spiccano i nomi di Felice Casorati, Vittorio Zecchin e dello stesso Oppi, dei quali in questa sezione vengono messe in dialogo le opere. Così pure, alla Biennale, Galileo Chini staglia un’intera stanza con parati di rose e fanciulle tutti klimtiani.

2. Le muse straniere

Parigi è la Ville Lumière della Belle Époque, dove imperano divertimenti e dissolutezza, ma è anche il laboratorio dell’avanguardia, in cui si mescolano intelligenza e disperazione.
Le giovani donne vengono immaginate in arte e letteratura come maliarde, diventano donne fatali o perdute, sono ritratte nel loro incedere nella vita moderna: sorprese vestite alla moda nei caffè, compiaciute della loro gioventù, ma anche distanti e smarrite come falene notturne.
L’influsso dell’espressionismo dei fauves e dell’arte di Picasso giunge contagioso anche in Italia e viene vissuto direttamente da alcuni fortunati protagonisti che frequentano davvero la Francia. Tra questi vi è Oppi, che dal 1911 è a Parigi: conosce Modigliani allo sbando, ha un flirt con Fernande Olivier sfuggita a Picasso, viene rapito dai colori intensi e dalle pennellate di van Dongen e Picasso, dai segni sinuosi di Matisse. L’urgenza di aggiornamento si fonde con l’esigenza di guardare a modelli conclamati, ma in modo personale.
Gli esiti di tutto questo sono visibili anch’essi nelle mostre di Ca’ Pesaro, dove colleghi come Gino Rossi e Arturo Martini sono ugualmente influenzati da Espressionismo e Cubismo, mentre altri come Guido Cadorin, Ugo Valeri e Mario Cavaglieri guardano ancora agli impressionisti e ai postimpressionisti.

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Ubaldo Oppi, Donna in rosso, 1911.

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Kees Van Dongen, Ritratto di Fernande Olivier, 1907.

3. Passaggi

Dal 1911 al 1913 Ubaldo Oppi vive a Parigi, nel quartiere degli artisti di Montmartre, vicino all’edificio del Bateau-Lavoire dove ha studio Picasso. Le figure silenti e concentrate in se stesse delle sue donne sole al caffè hanno eco del suo periodo blu, oltre che di André Derain. Nasce già da qui il tema del ‘doppio’ e delle ‘amiche’.
Nel 1915 rientra in Italia e si arruola con gli Alpini. La guerra è cosa da uomini, teatro di battaglia, disperazione e lutto. Il conflitto però significa anche distruzione e perdita: donne e bambini in fuga dalle loro case sono il dolente soggetto di molte pitture del tempo, così come lo è il mondo degli affetti familiari dove mogli, sorelle e madri attendono il rientro dei soldati. Alcuni non torneranno più a casa, come il figlio di Margherita Sarfatti che, arruolato volontario anch’egli come alpino, morirà sui monti vicentini: a lui verrà dedicato un monumento progettato da Giuseppe Terragni sul Col d’Echele. Forse anche per questo quando, in occasione di una licenza, Ubaldo Oppi soldato conosce Margherita Sarfatti a Milano ne nascerà un’intesa artistica. L’alpino Oppi, ferito e poi deportato al campo di detenzione di Mauthausen, evocherà il ricordo della Prima guerra mondiale in piccoli disegni e in pitture che raffigurano la separazione dai propri cari.

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Ubaldo Oppi, Paesaggio cadorino, 1924.

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Ubaldo Oppi, Paesaggio di montagna (L'Albero), 1922.

4. Novecento

Liberato dalla prigionia, torna a Parigi, immergendosi nell’ambiente bohémienne; dopo aver riscosso successo al Salon des Independants, alla fine del 1921 rientra in Italia e si stabilisce a Milano, ma mantiene i contatti con la capitale francese esponendo nel 1922 al Salon d’Automne. Gli anni Venti vedono un rinnovamento anche in pittura: Valori Plastici, Novecento Italiano, Realismo Magico, Nuova Oggettività sono tra le correnti e i gruppi che indicano una strada nuova, ispirata anche alla classicità e all’italianità del Rinascimento italiano.
Ugo Ojetti e Margherita Sarfatti sono due protagonisti forti del palcoscenico del sistema delle arti. La contrapposizione tra uomini e donne si misura anche nelle loro posizioni e nei ruoli che riescono ad assumere. Sarfatti – che è la prima critica italiana donna – sostiene già nel 1922 il gruppo dei Sette pittori di Novecento, di cui fa parte anche Oppi, con Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, Achille Funi, Gian Emilio Malerba, Piero Marussig e Mario Sironi. In mostra sono posti a confronto i differenti ideali di questi autori che nelle intenzioni di Sarfatti avrebbero dovuto mostrare «le espressioni migliori dell’arte pura italiana».
Quando Ojetti offre a Oppi la possibilità di una mostra personale alla XIV Biennale del 1924 avviene una grande rottura in quegli equilibri: nella sala campeggiano opere magnetiche e diverse da quelle degli altri, come La giovane sposa, Le amiche, le Amazzoni, figure possenti e fiere, tornite e dotate di una fissità splendente, iconiche e magiche, esotiche e al tempo stesso realiste, a cui la stampa tributa grandi onori. Spiccano consonanze di duplici presenze di amiche/sorelle o sculture come doppio di sé. Pur nelle raffigurazioni che più corteggiano la classicità, si insinua comunque un’idea di donna differente, capace di dominare con la sua sola presenza un immaginario. Come per Bontempelli, il concetto di ‘inquietudine’ è strettamente connesso a quello di ‘bellezza’.
Le «donne degli altri» da Mario Sironi a Felice Casorati sono differenti, o metafisiche o più reali, semmai materne, sebbene mai del tutto in sintonia con i dettami di un momento storico e politico che cerca di ricondurre il ruolo delle donne alla sfera domestica.

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Achille Funi, Ragazza con frutta, 1924.

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Gian Emilio Malerba, L'attesa, 1914.

5. Immaginazione: la donna nuova degli anni Venti

Negli anni Venti dive del cinema e della moda come Josephine Baker, Amelia Louise Brooks, Greta Garbo o Coco Chanel lanciano l’immagine di una donna nuova e diversa: dotata di una diversa silhouette ma anche di ambizioni moderne. E nel 1928 Amelia Earhart è la prima donna a solcare l’oceano in volo con un aereo.
Se cabaret e caffè danno l’ebbrezza di una maliziosa libertà, anche nella vita quotidiana si intravedono dei cambiamenti. L’aver sostituito gli uomini nei lavori e nelle responsabilità finché erano al fronte rende le donne coscienti della possibilità di occupare un ruolo differente, anche in quell’Italia che ancora fatica ad affacciarsi alla modernità, in cui avanzano comunque nuove tecnologie e un certo ruggente progresso.
Splendido emblema di tutto questo è l’opera teatrale Nostra Dea (1925) dello scrittore e critico d’arte Massimo Bontempelli, incoraggiata da Pirandello, che ha come protagonista Dea, una giovane donna moderna che muta personalità a seconda dell’abito: ora dolce e divertente, ora ‘serpentina’. I «primi piani delle donne distratte nei caffè» che Bontempelli sottolinea in quegli anni sono come quelli delle ragazze di oggi intente al cellulare.

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Ubaldo Oppi, La giovane sposa, 1922-24.

Ubaldo Oppi, Ritratto della moglie, 1928.

6. Visione

Un momento di riflessione sul momento storico e sulle figure del tempo, sul ruolo sociale del lavoro e il confronto anche con la controparte maschile.

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Cagnaccio di San Pietro, L'alzana, 1926.

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Ubaldo Oppi, L'ingegnere, 1926.

7. Paradiso Perduto

Scandali e successi: le donne ‘nuove’ sono ardite e sanno essere anche scandalose, ma sono costantemente rinchiuse anche in ruoli tradizionali, subordinati, come quello della modella per il pittore che diviene solo un oggetto da contemplare o desiderare.
Un momento significativo in cui si mostra quella che vorrebbe divenire la «nuova arte italiana» è la I Mostra del Novecento italiano, che si tiene al Palazzo della Permanente di Milano nel 1926, inaugurata da Margherita Sarfatti alla presenza di Mussolini. Sono chiamati a esporre tutti quelli che vengono ritenuti i nomi più significativi della pittura contemporanea, ma è anche l’occasione per una grande vendetta su Oppi. Viene infatti accusato da un’associazione di pittori locali di aver copiato alcune delle sue opere esposte, tra cui Sera romagnola e Nudo provinciale, da fotografie di nudi francesi, un materiale un po’ scandaloso ma soprattutto che lascerebbe intendere la sua incapacità di essere un vero pittore, una sorta di scorciatoia rispetto all’impiego della modella. L’artista è costretto a giustificarsi pubblicamente e a spiegare come si tratti di repertori che a Parigi si vendono liberamente nelle edicole, nei negozi di vecchi libri e sui boulevard, come quelli in mostra. Le sue sono donne-presenze corpose e immanenti, che riprendono pose e attitudini da ‘nudi classici’ ma anche che, sfrontate e imperturbabili, si propongono allo sguardo consce di un loro segreto potere.
In questa sezione appaiono le opere di quel periodo, in cui continua comunque a conseguire successi partecipando alle edizioni della Biennale di Venezia (1928, 1930, 1932) e a mostre importanti come la Mostra della Secessione nel Glaspalast di Monaco di Baviera del 1928 e la personale alla galleria del Milione di Milano nel 1930. A confronto sono presenti quelle – ugualmente monumentali – di suoi coevi, da Achille Funi ad Arturo Martini.
Gli addii: gli anni Trenta sono quelli della Signorina grandi firme e della Gelosia non è più di moda cantata dal Trio Lescano, ma anche quelli in cui l’influenza del regime fascista si infittisce su tutti gli aspetti della cultura. Nel 1932 Oppi torna a vivere a Vicenza: una certa difficoltà a inserirsi nel mutato sistema dell’arte e una crisi personale lo portano a cercare commissioni pubbliche, sia di arte sacra sia per la decorazione dell’atrio del Liviano dell’Università di Padova (1938-1940, poi non realizzata): questa sezione è l’occasione per ribadire anche quella grande avventura decorativa a confronto con autori come Sironi o Gio Ponti.

Le sue opere cercano una maggiore rigidità monumentale e insieme una resa pittorica ispirata ai primitivi italiani, ma è sempre nella raffigurazione delle donne che giungono alcune delle sue prove migliori e trionfanti, come nell’Adamo e Eva del Museo di Palazzo Chiericati.

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Ubaldo Oppi, Bagnanti, 1927

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Ubaldo Oppi, Adamo e Eva, 1930.